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Giornale di Brescia, 13 aprile 2000
Moneta europea e paure degli Usa

  Il vicepresidente degli Stati Uniti e probabile candidato democratico nelle prossime elezioni presidenziali, Al Gore, ha rilasciato ieri una curiosa dichiarazione: «L’euro non costituisce una minaccia per il dollaro, almeno finché i Paesi europei non coordineranno le loro politiche fiscali e di bilancio». Una dichiarazione diplomaticamente azzardata, ma che dice molta verità sul come gli Stati Uniti guardino all’euro e su quale delle sue potenziali debolezze contino. Innanzitutto l’euro forte, ossia che riscuote la fiducia dei mercati internazionali ed è accettato come mezzo di scambio e moneta di riserva, è visto non come un fattore di stabilità dell’economia globale e di maggior fluidificazione degli scambi internazionali, ma come un pericolo per l’egemonia del dollaro. I vantaggi per la crescita dell’economia mondiale, e dunque anche per quella degli Stati Uniti, legati al rafforzarsi ed alla maggior integrazione del mercato unico europeo, diventano in tal modo del tutto secondari rispetto alla questione del mantenersi del quasi monopolio del dollaro come moneta internazionale. In definitiva, la cosa peraltro non è una novità ma ha costellato l’atteggiamento degli Usa sull’euro sin dal lancio dell’unione economica e monetaria nel 1993, la moneta unica è vista come un qualcosa che mina quel diritto di signoraggio che da Bretton Woods (1945) in poi gli Usa si sono presi e difendono strenuamente. In questa loro strategia gli Usa fanno acutamente leva sul tallone d’Achille dell’euro, ossia sulle politiche fiscali e di bilancio. Se l’Europa si è dotata di una Banca centrale che gestisce la politica monetaria dell’area euro, non ha potuto dotarsi, mancandole una struttura federale, di un ministro delle Finanze. La lungimiranza di Kohl e Waigel ha, sì, imposto un Patto di stabilità che impegna i Paesi membri a coordinare e far convergere le politiche finanziarie e fiscali, al di là di quanto previsto dal Trattato, ma pur sempre di patto si tratta e la vecchia Europa delle divisioni è sempre in agguato. Proprio ciò su cui contano gli Usa per contrastare il nascente ruolo internazionale dell’euro. Indubbiamente in questa loro strategia basata sull’antico ma sempre valido divide et impera, gli Usa potrebbero essere avvantaggiati dalle dimensioni stesse dell’Uem, oggi a 11 e domani a 12 per via dell’ingresso della Grecia. Un fatto da un lato positivo, ma che indubbiamente pone maggiori problemi di coordinamento delle politiche di bilancio e anche di politica monetaria.

Fortunatamente l’Europa sembra non prestare il fianco a questa strategia e lo indicano chiaramente le Previsioni economiche di primavera che la Commissione ha pubblicato in questi giorni. A livello dei Quindici, e questo è un dato di grande rilevanza, nel 1999 il disavanzo pubblico aggregato è sceso in termini di peso sul Pil di più della metà rispetto al 1998, attestandosi sullo 0,6%. Tra i Paesi membri dell’euro, inoltre, ben sette (Danimarca, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Finlandia, Svezia e Regno Unito) registreranno per il 2001 un avanzo di bilancio, mentre in soli tre Paesi (Germania, Austria e Portogallo) il disavanzo sarà vicino all’1,5% e i rimanenti si situeranno al di sotto dell’1%.  Altro punto di forza delle finanze pubbliche europee è dato dalle crescenti caratteristiche comuni dei programmi nazionali di stabilità e convergenza che risultano sempre più basati sui tagli d’imposta e sulle riforme fiscali. Il documento della Commissione indica come per otto Paesi membri, tra i quali l’Italia, in questo e nel prossimo anno verranno introdotti tagli nella pressione fiscale, mentre per altri tre sono previste ampie riforme fiscali. Anche per quanto riguarda lo stock di debito pubblico i dati sono confortanti. Continua infatti il trend discendente innescatosi nel 1996. Lo scorso anno ha raggiunto il 68% del Pil, mentre la previsione per il 2001 è del 62,6%. In definitiva l’Europa appare rispondere positivamente alla necessità di imprimere maggior coordinamento alle sue politiche fiscali e così facendo costruisce all’euro quella credibilità di cui ha assolutamente bisogno per affermarsi come moneta internazionale. Se queste tendenze continueranno e si rafforzeranno, lungi dal rappresentare una minaccia l’euro darà un grosso contributo al benessere globale. Angelo Santagostino



Nota: Siccome il signoraggio sulle banconote in euro è un affare squisitamente privato, contrariamente a quanto crede Santagostino, il benessere anziché "globale" sarà molto, ma molto, localizzato. La stessa cosa riguarda il dollaro: certe volte quando si scrive "gli Stati Uniti", occorre leggere: "i partner privati della Federal Reserve Inc".